Questo racconto è preceduto da un trailer, girato da Cristopher Nolan con il suo
telefono cellulare.
Questo trailer è seguito da un racconto, piuttosto lungo e piuttosto privo di
senso, quindi leggetelo solo se non avete niente di meglio da fare.
Troverete inframezzati, inoltre, supporti multimediali da due soldi: ciò renderà la lettura inutilmente
farraginosa.
Per provare l’esperienza in 3D, è sufficiente stampare il
racconto su comodi fogli A4.

«Supponiamo che ciascuno abbia una scatola in cui c'è
qualcosa che noi chiamiamo 'coleottero'. Nessuno può guardare nella scatola
dell'altro; e ognuno dice di sapere che cos'è un coleottero soltanto guardando
il suo coleottero. Ma potrebbe ben darsi che ciascuno abbia nella sua scatola
una cosa diversa. Si potrebbe addirittura immaginare che questa cosa mutasse
continuamente. Ma supponiamo che la parola 'coleottero' avesse tuttavia un uso
per queste persone! Allora non sarebbe quello della designazione di una cosa.
La cosa contenuta nella scatola non fa parte in nessun caso del giuoco
linguistico; nemmeno come un qualcosa: infatti la scatola potrebbe anche essere
vuota.»
Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche.
Il 15 Settembre 2011 la stanza 146 della “Résidence
Universitaire Citeaux”, 4 rue de Citeaux, mi viene assegnata per un colpo di
fortuna.
Il 27 Gennaio 2009 il Corriere della Sera mette online un
articolo sulla pericolosità del kebab per la salute umana. Un’equipe di esperti
inglesi annuncia dati sconvolgenti. Su un vasto campione analizzato, un panino
arriva addirittura a presentare 1990 calorie, il 346 per cento della razione
quotidiana di grassi saturi e il 277 per cento della quantità giornaliera di
sale.
Nell’ottobre del 2008 Tony Truante, un giovane cantante
campano, parte per Parigi in cerca di fortuna.
E’ il 1892 quando su un giornale satirico di Monaco, il Fliegende
Blätter, compare per la prima volta
l’immagine dell’illusione ottica dell’anatra-coniglio. L’immagine, definita
bistabile, o pluristabile, sarà in seguito pubblicata sul settimanale
newyorkese Harper’s Weekly, prima
di essere riprodotta dallo psicologo americano Joseph Jatrow nel 1900, in Fact
and Fable in Psichology.
Nel 1953 escono per i tipi di
Oxford le Philosophische Untersuchungen
di Ludwig Wittgenstein.
Nel 1999, sotto lo pseudonimo
di Luther Blissett, quattro scrittori genovesi, in seguito conosciuti come “Wu
Ming” pubblicano il romanzo storico Q.
Il prologo serrato, un trionfo paratattico, costringe un’intera generazione di
aspiranti narratori a fare i conti con l’esigenza di una scrittura coatta.
Il 16 Dicembre 2011, a seguito
di una tradizione ben consolidata, il comitato della residenza Citeaux
organizza una festa. E’ un venerdì sera, fanno quattro gradi centigradi e il
tempo è sereno. Non sono previste precipitazioni. Nell’euforia tipica
dell’occasione, una donna resta uccisa.
Dopo qualche ora un tale viene
visto uscire dal palazzo di corsa, ansimante e con le mani grondanti di sangue.
Quel tale ero io.
Questa è la mia storia.
LASOLUZIONEMETAFISICA
Parigi, 16 Dicembre 2011.

-Dove cazzo ho messo le chiavi?
-Qua?
-Ma qua dove?
-Qua?
-Ma chi ha parlato?
-Qua?
Mi giro e la vedo. E' una
papera.
-Sai dove ho messo le chiavi?
-Quoi?
-Ah. Hai detto
"quoi", avevo capito "qua".
-Quoi.
-Hai detto cosa?
-Ho detto quoi, cretino.
-Si, intendo, hai detto
"cosa".
-Non posso leggere le
virgolette.
-Bè, che fai qua?
-Quoi?
-O gesù, ci siamo capiti.
-Io ci vivo, qua.
-Ah, anch'io. Sei una papera
erasmus?
-Una papera?
-Eh.
-Ma sarai te una papera. Io
sono un'anatra.
-Ah, non ne avevo mai
conosciuta una personalmente.
-Le tue chiavi?
-Trovate.
-Dov'erano?
-Qua.
-Mi fai il verso?
-Bè, io entro in casa. Non so,
vuoi...posso offrirti qualcosa?
-E questa la chiami casa?
Nella stanza, la papera mi fa:
-Sono un'anatra.
L'anatra mi fa:
-Che schifo, ma che posto è
questo?
-E' il mio residence per padri separati.
-Sembra un ospedale, diomio.
-Ma non hai visto che carini i
poster e la carta che ho appeso ai muri?
-Vero, sembra un ospedale
pediatrico.
Mi blocco. Questa battuta l'ho
già sentita. L'ha fatta quel buontempone del mio amico Lele due mesi fa.
Qualcosa non torna. In effetti
sono di fronte a un'anatra parlante.
-Anatra. Tu non vivi davvero qui, vero?
-No, cretino. Io sono il tuo
animale guida.
Parigi ha una di quelle sue
serate no.
Esco dalla metro e il vento mi
prende a schiaffi in faccia, facendomi ondeggiare a destra e sinistra. Ho preso
il solito litro di birra tra le sette e le nove, l’orario magico in cui costa
la metà, e adesso non resta che tornare nell'accogliente nido che mi sono
costruito in questi tre mesi. Sono passate le nove da un quarto d'ora e il Dia
e gli altri discount della zona hanno chiuso. Chez moi da mangiare c'è
un'arancia del primo dopoguerra e uno spicchio d'aglio. Mi guardo intorno
cercando qualcosa di commestibile e alla fine trovo solo un kebabbaro. Non lo
assaggio, non credo sia commestibile il kebabbaro in sé, ma gli chiedo un
panino. Mi domanda se ci voglio anche la salsa algerina. Benvenga, rispondo. Mi
fai il pacchettino carino con la pita e le patatine, richiede i 5 euri che gli
spettano e mi dice au revoir, monsieur. –Che bab!, gli dico, come a stupirmi e
insieme a fare un complimento al suo lavoro d’artigiano, a gettare tra noi il
ponte futile di un’intesa destinata a spezzarsi nell’indifferenza delle nostre
vite distanti. Non raccoglie la battuta. In francese non funziona bene. Percorro
boulevard Diderot con le mani in tasca e le tasche in mano. La residenza
universitaria, questo mostruoso leviatano, olocausto architettonico eco ed
ego-insostenibile, mi accoglie come sempre con il calore delle sue luci al
neon, delle sue pareti giallo insanità, e del miracolo cromatico del pavimento
plastificato celestino disage (che non è
un francesismo). La tizia della 148, una ragazza alta, col volto scavato da una
tristezza lontana, incrociata in corridoio decine di volte e sempre con un
pigiama o una vestaglia addosso (e con un accenno di baffi che mi ricorda
Martin Heidegger), mi guarda timorosa e io le dico
Bonsuar.
Lei mi risponde a mezza bocca.
Mi verrebbe voglia di metterle
un coltello alla gola e dirle che è arrivato il momento di togliersi quel pigiama
e rifarsi una vita.
Poi penso che magari le hanno
perso la valigia, come mi ha suggerito una volta qualcuno. Desisto.
Mi affaccio in lavanderia per
vedere se per caso c'è una lavatrice libera. Da un mese circa, ho un paio di
tonnellate di panni radioattivi in un sacco di biancheria sporca che aspettano
di essere stoccati in un sito sicuro. Nella laverie c'è talmente tanta gente che sembra un sit-in piedi.
Cioè uno stand-up. Desisto.
Scivolo liminare nel silenzio
blues del mio doppiopetto di Monoprix tenendomi a margine della sala ricreativa
(esiste), dove è in corso un corso di salsa cubana. La tizia della 148 si
scatena, sempre rigorosamente in pigiama. Si insinua sinuosa tra un paio di
filippini dalle movenze ipnotiche.
Desisto.
Salgo le scale passando accanto
ad un ex-piano cottura in pensione, con gocce di sugo incrostate sulle pareti,
roba da macelleria messicana (anche se non ci sono mai stato) (in una
macelleria messicana). Arrivo davanti alla mia stanza. Cerco le chiavi.
-Dove cazzo ho messo le chiavi?
-Quoi?, mi domanda rispondendo
un'anatra.
E così via.
Entrati nella stanza, l’anatra
rischia di scivolare su uno straccio che tengo sotto al lavandino.
-Non puoi togliere questo coso?
-No, i tubi perdono.
-Uff, hai una sigaretta?,
chiede d’un tratto la papera.
-Una sigaretta?
-Eh.
-Ho del tabacco, faccio
economia.
-Non è vero. Fai filosofia. Io
lo so.
-Intendo faccio economia con i
soldi.
-E’ difficile fare economia
senza soldi.
-Vuoi questo dannato tabacco o
no?
-Sì, grazie.
Mi volto per prenderle un drummino (parola giovanile).
-Mi sono abbuffato di foie
gras e devo digerire, aggiunge.
Mi giro inorridito di nuovo
verso l’anatra.
-Che c’è?, chiede stupito un coniglio.
Della papera non c’è traccia.
Mi guardo intorno confuso.
-Ehm…
-Allora questa sigaretta?
-Non sono certo di stare
capendo.
-Quoi?
-L’anatra…cioè tu…
-Hai bevuto?
-Poco. C’era un’anatra un
attimo fa, un’anatra parlante, bofonchio.
Il coniglio mi guarda come si
guarda un bambino che non riesce a fare il ruttino.
-Come si guarda un bambino che
non riesce a fare il ruttino?, mi chiede.
-Non so, mi sembrava una buona
similitudine. Potresti spiegarmi cosa sta accadendo?
-Dove?
-Qui.
-A Parigi?
-In questa stanza.
-Ancora non hai capito?
-Chi sei, coniglio?
-Sono il tuo animale guida,
cretino.
Bussano alla porta. Corro ad
aprire, sperando di far entrare qualche risposta.
Fuori, nel corridoio, c’è un
negro altissimo con degli occhiali da sole. Mi chiedo a cosa servano, visto che
è notte.
-Bonsoir.
-Bonsoir.
Mi spiega che stasera c’è la
festa della residenza universitaria, che non posso mancare, inizierà tra poco
al piano terra, sarà una grande gioia per tutti. Mi lascia un volantino. Non me
ne frega niente.
Chiedo al negro:
-Tu cosa vedi? Un coniglio o
un’anatra?, e indico il coniglio,
che adesso è un’anatra.
-Io veramente non vedo niente.
-Cioè?
-Cioè non vedo proprio un cazzo
con questi occhiali da sole.
-Ah.
Il negro si avvia verso il
corridoio ma mi accorgo che l’anatra è uscita e lo sta seguendo.
-Canard!, la chiamo.
Il tipo si gira.
-Tu as dit quoi?
-Non, j’etais en train de
parler avec…
-Tu m’as dit conard, ou pas? (conard = cretino, coglione)
-No, no, j’ai dit canard au canard. (canard = anatra)
-Canard?
-Papera, glielo spieghi per
favore?
Il negro non vede, si guarda
intorno. Si sta spazientendo.
Il coniglio mi sorride:
-Non c’è nessuna canard in
questo corridoio.
Qualcuno spieghi a questo tizio
cosa sta succedendo prima che mi faccia lo scalpo.
Arriva di fronte alla mia
faccia, posso vedermi riflesso nei suoi occhiali.
Conto fino a due. Poi comincio
a correre.
Entro nella camera e mi chiudo
la porta alle spalle. Il tale inizia a bussare con insistenza.
Il coniglio ride beffardo.
A un tratto una voce,
salvifica.
-Ci penso io.

E’ il gatto del poster che ho
sopra al lavandino. E’ nero e fino ad un attimo fa è sempre stato fermo, in silenzio
e di profilo. Ha un bel profilo.
Scende miagolando dalla parete
e acquista una sua tridimensionalità. Si affaccia in corridoio e lo sento
parlare col tipo incazzato.
Rientra in camera dopo poco,
soddisfatto.
-Gli ho detto che hai preso
delle droghe, non sai quello che dici. Ci siamo capiti, tra fratelli ci si
intende.
-Ma non ho preso droghe, dico
ad un gatto nero parlante vivificatosi un attimo prima dalla stampa di un
disegno del 1894 di T. A. Steinlen.
Ora, il fatto è che in quel
poster ci sono due gatti. L’altro è rosso e di un altro colore che non saprei
descrivere con sufficiente forza iconica e quindi lo chiamerò semplicemente
Rosso.
Rosso si sveglia sbadigliando.
-C’è qualcosa da mangiare?,
chiede.
Salta giù leggero e felino.
-Non so, se volete posso fare
uno spaghetto…
Nero sembra apprezzare la
proposta, miagola che uno spaghetto non sarebbe male.
Mi volto verso il coniglio, che
adesso è un’anatra.
-Io ho già mangiato, se mi dai
quella dannata sigaretta me la fumo e vi lascio cenare in pace.
Le passo il tabacco, apro il
frigo e mi ricordo che non ho nulla da mangiare. Prendo il kebab comprato poco
prima.
-Ragatti, ho un kebab, se
volete ce lo smezziamo.
Rosso fa lo schizzinoso.
-Io il kebab non lo digerisco.
-Eh, ho capito, c’è solo questo.
Intanto l’anatra prende tra le
ali il volantino della festa e mi chiede se gli ho dato un’occhiata.
-No, è carino?
-Bè, ci sarà anche un concerto.
-Ah. Chi suona?
-Un cantante italiano.
-Italiano?
-Sì, napoletano.
-E come si chiama?
-Tony Truante.
-E chi è?
-Non so, ma nella tua libreria
c’è una sua autobiografia non autorizzata.
-Una sua autobiografia? Non
autorizzata? Nella mia libreria?
-Dai un’occhiata.
L’autobiografia non
autorizzata di Tony Truante
Tony Truante nasce nel 1987 a
Scisciano, in quell’angolo di case descritto tra l’incontro di due autostrade e
l’orizzonte a forma di Vesuvio.
Suo padre di mestiere fa il
pane, e forse non esiste un lavoro più onesto di questo. Sua madre sta alla
casa, e gli insegna l’educazione. Tony è frumento, un giorno anche lui sarà
pane.
Ma Tony non è farina, è semola.
E’ grano duro.
La scuola non gli piace, a
Tony. La musica, quella gli piace, a Tony.
-Ma chi l’ha scritta ‘sta
biografia?
-Te l’ho detto, è
un’autobiografia.
Un giorno gli regalano una bicicletta.
E ‘sta cosa a Tony lo fa riflettere. Sono grande e ho una bici, dice. Ce la
posso fare.
Così quando ha tredici anni, un
venerdì, appena finita la scuola, Tony comincia a pedalare. Punta verso Roma.
C’è il fratello maggiore di un
suo compagno di scuola, un tipo in gamba, che gli ha detto che a Roma si fanno
i provini, che se hai talento ti prendono alla televisione.
Alla televisione, gli ha detto
a Tony. E io il talento ce l’ho, ha detto Tony.
Ma a Roma neanche lo fanno
esibire, a Tony. Sei piccolo, dovevi iscriverti, ma i tuoi genitori lo sanno
che sei venuto fino a qui? Tutte ‘ste domande, a Tony. Ma io sono venuto fino a
qui, in bicicletta, fatemi solo cantare, sentite se sono bravo. E invece
niente.
Tony torna a Scisciano, e
intanto il tempo passa. Sua mamma gli vuole bene, e lo sa che non è felice.
Così Tony la scuola la lascia davvero, e va a vivere a Napoli. Lì comincia a
fare tutti i lavori del mondo, mentre diventa un uomo.
Se vuoi essere un cantante devi
sapere l’inglese, gli dice un amico suo a Tony. Ma l’inglese non è romantico. E
allora che vuoi fare? Io voglio imparare il francese.
Mo’ s’è fissato, co’ sto
francese, commenta la madre. E quello quando si fissa…
Tony Truante mette da parte i
soldi, e arriva a Parigi nell’ottobre del 2008, ormai ha ventun anni.
E’ pane.
Ed è bravo. Maledettamente
bravo.
-E’ pure modesto, ‘sto Tony.
Una sera Tony conosce un tizio,
in un locale jazz, a Chatelet, che gli fa notare che si chiama come un
aggettivo.
Ma che aggettivo, capo?, gli
chiede Tony. Tonitruante, ragazzo. Eh, mo’ Tony Truante è un aggettivo? Avrai
successo ragazzo, con questo nome avrai successo. Ma che dice, monsieur, scusi
eh? Sai cantare, ragazzo? Eh, certo che so cantare.
E allora canta, Tony. Canta.
L’autobiografia non autorizzata
(da nessuno) finisce così.
-Sai chi era quell’uomo?, mi
domanda il coniglio.
-No.
-Jacques Loussier.
-Quel jazzista francese, quello
del cd Play Bach che uscì con la Repubblica tanti anni fa?
-Quello.
-E come fa a conoscere una
parola italiana come tonitruante?
-Devi smetterla con la logica.
Intravedi una coerenza di fondo?
-Veramente no.
-Allora come spieghi questa
musica che sentiamo, proprio ora?
-Quale musica?
-Questa. (aprire il link in un'altra scheda e continuare a leggere, magari a tempo)
Tony fa le scale,
Tony fa le scale,
Tony fa le scale,
Tony fa le scale,
Tony fa le scale,
T o n y f a
l e s c a l
e.
-Da dove viene questa musica?
Non capisco, è Bach?
-Dovresti smetterla con queste
domande.
-Ma…
E intanto Tony sale,
e intanto Tony sale.
-Ma perché c’era quel libro sul
mio scaffale?
-Questo ha un’importanza
marginale.
E intanto Tony sale,
e intanto Tony sale.
-Tutto ciò non ha senso, sto
parlando con un animale.
-E’ il bello di
quest’esperienza, dovresti lasciarti andare.
E intanto Tony sale,
e
intanto Tony sale.
-E’ inutile insistere col
domandare, potresti spiegare? O almeno provare?
-Che vuoi che ti dica, intanto
Tony sale, su, veloce per le scale, come in
un pentagramma, a svolazzare, è multisensoriale, leggere e ascoltare, seguire e
deragliare, gridare e poi stupirsi a sussurrare.
Bussano. Vado ad aprire. Lo
riconosco dalla foto che ho visto in copertina.
-Tony Truante! Finalmente ci
incontriamo. Ho appena letto un libro che parla di te.
L’anatra fa un cenno verso
l’armadio. Dall’anta fuoriescono Jacques Loussier, André Arpino e Benoit
Dunoyer de Segonzac, con un pianoforte, una batteria e un contrabbasso. Lei li
ringrazia, loro salutano Tony
-Bonne chance, mec!, e se ne vanno, trascinandosi via gli strumenti.
-Potevano restare, dico a Tony.
-Ma avranno senz’altro da fare.
-E allora, perché sei qui,
Tony?
-Bè, ho sentito parlare della
tua stanza, e…avrei bisogno di un passaggio.
-Non ho capito.
-Questa è la 146, no?
-Sì.
-I gatti se ne sono già andati?
-Eh?
-I gatti se ne vanno quando
capiscono che sta per iniziare un viaggio.
Mi guardo intorno, i gatti non
ci sono più.
-Tony, non ti seguo.
Il cantante si rivolge
all’anatra.
-Non gli hai spiegato?
-Lui continua a fare domande, a
pretendere un senso in tutte le piccole cose.
-Prova a tenere lo sguardo
fisso su un orizzonte più lontano, mi dice Tony.
-Ma…
-Ora dobbiamo ritrovare i
gatti, sennò non possiamo partire: dev’essere tutto in ordine, com’era prima.
-Partire per dove?
-Ascolta. Sono venuto in questo
résidence con la scusa del concerto solo per usare la tua stanza, quindi
adesso, con calma, partiamo.
-Tony.
-Eh.
-Ma tu che cosa vedi, un’anatra
o un coniglio?
Tony guarda il coniglio.
-Un’anatra, dice.
-Vabbè, lasciamo perdere.
Mi chino sotto al letto.
-Che stai facendo, mi chiede il
coniglio.
-Cerco il Rosso e il Nero.
-Sotto al letto?
-Eh.
-Starà sulla libreria, no?
-Coniglio, mi prendi per il
culo?
-Guarda tu stesso. Ecco qua.
Il coniglio prende un libro di
Stendhal, lo scuote, e dalle pagine, come stelle alpine nascoste al tempo
dall’imperturbabilità della parola scritta, scivolano fuori i due gatti.
Miagolando infastiditi tornano
nel poster.
Tony Truante mi guarda.
-Dai, devo essere a Vilnius
quattro mesi fa tra mezz’ora.
-Certo. No, no, ma ti capisco
perfettamente.
L’anatra mi dice di prendere un
bel respiro.
-Va tutto bene, le dico.
Mi fissa negli occhi, la
sigaretta ancora accesa nel becco:
-Sei pronto per qualcosa di
inimmaginabile, un viaggio ai confini dell'universo, la scoperta del cosmo
tutto intero, l'esperienza più grandiosa mai provata, l'apoteosi di ogni
emozione, la soluzione a qualunque quesito, l'incredibile e stupefacente
ricerca del senso della vita, dell'universo e di tutto quanto?
-No.
-Vabbè. Allora aspettiamo.
-Ok.
-Me lo dici tu quando sei
pronto?
-Sì, tranquilla. Ti faccio
sapere io.
Così passa circa un quarto
d’ora.
Quando dichiaro di essere
pronto, per la gioia di Tony Truante, l’anatra si avvicina all’interruttore
della luce al neon che troneggia centrale sul soffitto della mia stanza.
-No!, grido con tutto il fiato
che ho in corpo, Non accendere quella luce ti prego, è orribile, sembra quella
di un obitorio, ho comprato la lampada da Ikea apposta...
-Non l’hai mai accesa?
-No, mai.
-Ecco perché non ti sei accorto
dei poteri di questa camera, allora.
-Cioè?
L’anatra clicca
sull’interruttore, io mi copro gli occhi, impaurito.
Fotoni di neon si diffondono
nei tredici metri quadri che mi circondano, trafiggono le pareti, soffocano
ogni pensiero, intridono di riflessi mortiferi tutti gli anfratti dello spazio
in cui rifulgono, spietati, onnivori, letali. Dopo un attimo la terra inizia a
tremare, fortissimo. Guardo i muri oscillare, sembra che il mondo si stia
ripiegando su se stesso, come un libro che si chiude. La stanza si comprime
fino ad implodere. Mi manca il fiato. Chiudo gli occhi.
Per ogni libro che si chiude,
un altro viene aperto.
La camera torna a dilatarsi,
nel buio della luce ormai spenta. L’anatra accende la lampada di Ikea e
all’improvviso eccoci di nuovo nella 146.
Sono confuso, disorientato,
guardo fuori dalla finestra.
-Dove ci troviamo?
Tony Truante sorride. E allora
capisco.
Siamo a Vilnius. Quattro mesi
fa.
Vilnius, Luglio 2011.

Mentre il cantante si precipita
fuori per sistemare le sue storie, mi rivolgo all’anatra, che adesso è un
coniglio.
-Senti, io capisco che uno deve
tenere lo sguardo sull’orizzonte…
-Eh.
-E che fare tutte domande sulle
piccole cose è da sfigati…
-Eh.
-E toglie anche il gusto un po’
allusivo, elusivo e illusorio della narrazione…
-Eh.
-E questa in realtà è
metafisica cioè una metastasi del qui ed ora, cioè un estasi della stasi cioè
una metafora del fora, cioè un tropo…
-Eh?
-Un tropo.
-Ma sarai te, un tropo.
-Comunque. Io capisco tutto
questo, però ora tu mi devi spiegare, con grande calma e lucidità, che cos’è
questo posto.
-Quale?
-Questa stanza, la 146.
-Mmm.
-E’ una macchina del tempo?
-E' un dispositivo di viaggio
transdimensionale nelle pieghe spaziotemporali di n possibili realtà.
-Ma te come la chiami?
-Io?
-Eh.
-La machina.
-La machina?
-Sì, è più comodo.
-Bè, certo.
-Tipo, me so’ scordato ‘na cosa
in machina, ndo stanno le chiavi della machina, che dici annamo in machina, è
più comodo.
-Ti hai mai dato problemi?
-Bè guarda a Parigi c'ho il
problema del parcheggio. Per il resto no, va che è una meraviglia.
-Quindi cosa fa, questa
machina?
-Costruisce mondi.
-Dimensioni parallele?
-Bè non parlerei di
parallelismo, non c’è una gran geometria nello strutturarsi di un nuovo
universo.
-Cioè?
-Cioè due dimensioni possono
essere tangenti, secanti, perpendicolari, magari parallele, a loro non importa
più di tanto.
-Questo vuol dire che la realtà
di partenza non è andata perduta?
-No, no, è sempre dentro questa
stanza.
-Dentro a questa stanza?
-Sì. Ogni viaggio produce una
realtà nuova, ma quella vecchia resta saldamente custodita.
-Ma dove?
-Qui.
-Qui?
-Eh.
-Ma qui dove?
-Uff. Nel frigo, va bene?
-Nel frigo.
-Eh.
-Nel frigo?
-Sì, cristo, nel frigo. Tu dove
lo conserveresti un universo? Nell’armadio, sotto al cuscino? No. Nel frigo, è
ovvio, sennò va a male, si rovina, e poi tocca buttarlo.
-Quindi, nel frigo…
-Controlla.
Mi avvicino al frigo e lo apro.
Un olezzo di camembert mi scuote il lobo piriforme e la corteccia entorinale
mandando in tilt le sinapsi. Sul primo ripiano c’è una piccola scatola, di
cartone. La prendo. Guardo dentro.
-Che vedi?, mi fa il coniglio.
Sto per iniziare a descrivere
ma lui mi interrompe prima ancora di cominciare.
-Noi lo chiamiamo il
Coleottero.
-Coleottero?
-Sì, è un lessico tecnico.
-Ah.
-Bisogna conservare il
Coleottero altrimenti andrà perduto per sempre.
-Cioè la realtà, il mio
presente, quello sarà…
-Polvere. In senso figurato
ovviamente, in verità sarà nulla, neanche granelli.
-Ma qui dentro…Vorrei
spiegargli l’assurda meraviglia di ciò che vedo lì dentro, ma il coniglio
continua:
-Ti consiglio di rimettere il
Coleottero in frigo, o finirà per rovinarsi.
Rimetto il Coleottero a posto.
-Io non capisco, coniglio, qui
mi si parla di ontologie, mondi costruiti dal nulla, esseri che…
-Non parlarmi di essere, ti
prego.
-Ho capito ma…
-Senti, conoscerai qualcuno che
sarà in grado di spiegarti, ma prima…
La porta della stanza viene
spalancata di colpo. Sulla soglia c’è Tony Truante, grondante sudore e
ansimante.
-Dobbiamo andare, dice.
Stringe per mano una ragazza
altissima, molto elegante, che trascina con sé un trolley.
Il Rosso e il Nero si voltano a
guardarla.
-E’ ‘na fregna, commentano
all’unisono.
La donna sembra non stare in
equilibrio. Girovaga un po’ per i tredici metri quadri disponibili, poi si accascia
a terra.
-Tony, ma chi è questa?
-Dovevo tornare a Vilnius per
salvarla, è una storia lunga, l’ho conosciuta a Parigi, si chiama Puzna.
-Puzna?
-Sì. E’ un nome lituano.
-E’ lituana?
La tipa si guarda intorno,
sembra ubriaca. Eppure ho la sensazione di averla già vista. All’improvviso si
volta e mi fissa.
-Come sei mitopoetico…mi fa.
-Mitopoietico?, correggo.
Per tutta risposta mi vomita
sul letto. Osservo inorridito il piumino sintetico comprato al cinese
contorcersi dal dolore. Faccio un grosso respiro, raccolgo la calma.
L’anatra si avvicina.
-Stai calmo: tutto si
sistemerà, starnazza (cioè l’anatra starnazza, non è che suggerisce a me di
starnazzare).
-Cristo…, invoco.
Chiudiamo la porta a chiave.
L’anatra mi dice di salutare Tony, stiamo per ripartire. Chiedo che ne sarà del
cantante e del suo manichino (in Francia le modelle le chiamano così).
-Diventeranno un Coleottero,
risponde lei.
Vilnius si staglia limpidamente
oltre i vetri della mia finestra.
-Non possiamo fare una piccola
sosta?, domando.
Tony mi guarda, negli occhi il
terrore.
-Dobbiamo scappare, prima che
arrivino.
Mi arrendo al dubbio. Chiudo le tende, lascio nascere il buio.
L’anatra preme
sull’interruttore.
Nel tempo in cui la luce si
accende, l’universo finisce e ricomincia subito dopo.
Todtnauberg in Baden,
Foresta Nera, 8 Aprile 1926.

Raggi di luna filtrano incerti
tra le fronde degli alberi, nella radura che si staglia fuori dalla finestra
della stanza 146. Lascio che le pupille si abituino alle condizioni di luce.
Provo a mettere
a fuoco.
-Siamo in un bosco?
-Metti Tony in frigo, mi dicono
i gatti.
Raccolgo una piccola scatola di
cartone che troneggia al centro della mia scrivania, ci sbircio dentro, mi
faccio quattro risate, e la ripongo sul primo scaffale del frigorifero.
-Dove ci troviamo?, domando.
Il coniglio si avvicina
zampettando.
-Volevi capire qualcosa, su
questa faccenda delle realtà, dell’essere, del tempo.
-Eh.
Il coniglio fa un cenno verso
la porta. In quell’istante sento bussare. Chiedo chi è, non ricevo risposte.
Giro la chiave, apro la stanza. Una figura tarchiata fa il suo ingresso in
silenzio, si guarda intorno, studia la camera con sguardo vivo, muovendo le
labbra a tempo sotto i baffi, come a dare alla sua espressione la mimica
tangibile dello sfrigolare del pensiero.
Lo fisso un istante con aria
ebete prima di rendermi conto.
Lui si volta verso di me.
-Guten Abend, dice.
Stento ancora a crederci.
-Professore…
Di fronte a me c’è Martin
Heidegger.
Si siede sul letto (ora non più sporco in quanto non più lo stesso
letto) e mi guarda incuriosito.
Prendo fiato, gli chiedo:
-Che cosa sta succedendo?
Lui si alza in piedi. Fa un
paio di giri su stesso, studia la stanza, poi lascia che il suo sguardo si
perda nel buio della Foresta Nera. Sembra assente.
-Ho una casetta qui, non è
male…
Faccio per interromperlo ma
l’anatra mi fa segno di stare zitto.
-…ci si sveglia di buon ora, si
passeggia nella foresta, al tramonto la luce nella radura rischiara le cose, le
fa essere per quel che sono. Sono felice con Elfride, anche se ogni tanto, devo
essere onesto, mi scasso un po’ le palle.
-…
-Il problema è un altro.
-…
-Il problema è che l’essenza di
questo ente che è esserci in quanto essenzialmente tempo, l’esserci che è un
non-ancora-essente-alla-fine e che si apre alla comprensione
dell’essere-nel-mondo e che…
-Ahò.
-…nell’apertura alla
decisione, porta invece il
se-Stesso nell'esser-presso l'utilizzabile prendente cura e lo sospinge nel
con-essere avente cura degli altri…
-Martin…
-…l'assunzione dell'esser
gettato è quindi possibile soltanto a patto che l'Esserci ad-veniente possa
essere il suo proprio "come già sempre era", cioè il suo esser-stato…
-Martin…
-…l'uomo è l'ente che ha il suo
senso - la sua luce - in sé stesso. Il senso dell'essere non è metafisico
(semplicemente presente davanti a noi) ma originario: qualcosa che, essendo
nostro, ci possiede. Questo qualcosa è la temporalità…
-MARTIN! T’ho chiesto che cosa
sta succedendo.
-Sì, scusa. E’ che c’ho un sacco
di pensieri per la testa.
-Dove ci troviamo? Come è
possibile tutto questo?
La spiegazione
chiarificatrice del professor Heidegger
-Visto che di solito vengo
accusato di essere un po’ oscuro o di inventarmi le parole, o di stravolgere il
senso comune o di giocare con le etimologie (che poi è la stampa che ce ricama
sopra), stavolta tenterò un approccio più marcatamente icastico: ti racconterò
una storia.
C’era una volta un bambino più
bambino degli altri, che non aveva nessuna voglia di crescere. Quando gli
chiedevano perché non si rassegnasse al fatto piuttosto comune, e tutto sommato
inevitabile, di diventare un uomo, il bambino rispendeva che a lui quella
storia proprio non andava giù. Io sto bene così, diceva. Perché devo fare una
cosa che non ho nessuna voglia di fare? Viveva in una piccola stanza, dentro un
grande palazzo, pieno di altri bambini.
Era un ospedale. Però
pediatrico. Viveva lì perché soffriva di una malattia che nessun medico sapeva
come trattare. I genitori l’avevano abbandonato, e sulla sua cartella c’era
scritto semplicemente: “Il paziente continua a mostrare i sintomi di un male
oscuro, non risponde a nessuna cura tradizionale”. La diagnosi alla fine fu:
questo bambino è un coglionazzo.
-Un coglionazzo?
-Già. Si impegnarono con tutta
la serietà del caso a curare il paziente, ma egli rimase sempre e
inguaribilmente un essenzialmente-coglionazzo-essere-nel-mondo. Un Esserci a
cazzo di cane.
Se devi Esserci, stacci come si
deve, gli dicevano i vicini di stanza. Ma lui non si rassegnava. La gente
diceva che quel bambino aveva occhi che ridevano sempre, ma non era vero. Solo,
non era abituato alla tristezza. Un giorno quando era stanco che tutti gli
chiedessero di fare il serio, decise di chiudersi dentro la camera, e non uscì
mai più. Ogni tanto gli portavano dei libri. Leggeri, durante l’estate. Pile di
libri durante l’inverno, per il freddo. Studiò tantissimo, la matematica, la
religione, la filosofia, la letteratura. Gli sembrava che alla fine l’essenza
di qualunque scienza, o arte, o tecnica, fosse la narrazione. Tutto è una
narrazione, diceva a se stesso.
Bisogna solo lasciare che le
storie ci rivelino il loro potenziale evocativo.
Divenne vecchio, ad un certo
punto, il bambino. Ma era sempre il solito coglionazzo. Cresci, gli dicevano i
medici, vedrai che guarirai. Il bambino non si rassegnò. Ho bisogno di più
tempo, rispondeva.
Essere in Tempo. Questo era il
problema. Un giorno, quando il tempo a sua disposizione era davvero quasi
finito, gli venne in mente di conquistarselo.
Decise che la fisica lo aveva
stancato, che non poteva vivere sempre ancorato alla noia della bivalenza, vero
e falso, giusto e sbagliato, vita e morte. Decise che doveva andare oltre, cioè
essere l’Oltre. Capii che se era tutto un problema di limite, di infinità e
finitezza, allora tanto valeva divertirsi, su e giù nelle follie del pensiero,
come avrebbe fatto qualunque coglionazzo. Bisognava smetterla di fare
narrazioni, bisognava essere narrazioni. Consacrarsi ad una molteplicità di
significati.
Essere-più-che-un-ente
significava esser-ci-e-insieme-esser-vì-cioè-esser-lì-qui-ovunque-sempre.
Non temere più il confine.
Essere il confine.
Qualcosa andò storto. Il
bambino iniziò a viaggiare (cioè ad esperire) un numero indefinito di
spazi-tempo, costruendo di volta in volta possibilità alternative, e
accumulando nelle scatole i Coleotteri, un infinità di possibili realtà, di
significati.
Finchè, siccome era un
coglionazzo, una notte lasciò il frigo aperto. La mattina successiva tutti i
Coleotteri erano andati a male. Preoccupato, il bambino fece una sorta di miscuglio di ciò che era
rimasto nelle scatole, per salvare almeno una realtà. Accadde allora che questo
viaggio di senso in senso, nella molteplicità dei significati, questo ventaglio
di bivi, di strade, di alternative, si riducesse ad un unico Coleottero. Così
nacque l’ambiguità.
L’ultima verità che lo
costitutiva era quella stessa bivalenza in cui si era divertito a giocare.
Era diventato, in base a come
lo si volesse intendere, più-che-semplicemente-se-stesso.
Era due possibilità in unica
realtà.
Era un’anatra. Ma anche un
coniglio.
Martin Heidegger si interrompe.
-Sai cosa mi sconvolge?, gli
domando.
-No.
-Neanch’io. Ormai non mi
sconvolge più niente.
Ci voltiamo all’unisono verso
il coniglio.
-Così la machina l’hai
costruita tu.
-Sì.
-Ma perché condividere questa
storia con tutti?
-Ma tutti chi?
-Il popolo della rete.
-I pesci?
-Anche.
-Io non sto condividendo niente
con nessuno. Sei tu che sei finito in questa stanza. Sei tu che stai viaggiando
avanti e indietro.
Il professore ci interrompe.
-Scusate, non è che ci sarebbe
un bagno?
Faccio una faccia tipo “bè è un
po’ complicato”.
E lui ne fa una tipo “come
complicato, o c’è o non c’è”.
E allora io parlo e dico:
-Per andare al bagno in teoria
dovresti uscire e andare a sinistra, poi dopo una decina di minuti prendi la 14
direzione Olympiades, cambi a Bercy con la 6 direzione Etoile, da lì sono solo
tre fermate.
-E se mi perdo?
-Chiedi a qualcuno.
-Ma a chi.
-Chiedi alla polvere, ce n’è
un sacco.
-Ah, dice Heidegger, e per la
prima volta sul suo volto leggo la cifra dell’incomprensione.
L’anatra vorrebbe interrompermi
per far notare che non c’è nessun bagno, visto che il bagno è nel corridoio e
il corridoio è diventato una Foresta Nera. Ma io non le do il tempo di aprire
il becco perché voglio farmi quattro risate con Martin Sotuttoio Heidegger.
-Professore ma lei l’ha davvero
trascesa la staruffa dell’Esserci?
-Eh?
-CAZZO!
-Ma…
-No apparte gli scherzi, perché
l’analitica esistenziale riposa in definitiva sul contributo di un’unica grande
pensatrice.
-Chi?
-TUZZIA QUELLA PELATA.
-Non capisco, dice, e gli trema
il baffo.
-Niente, Martì, sto a scherzà.
Dico all’anatra che voglio
andarmene, che è ora di tornare alla realtà.
Quale?, mi domanda
-A Parigi.
-Sai cosa sta succedendo a
Parigi in questo momento, sai perché siamo arrivati fino a qui?
-No.
-Credi che sia tutto casuale,
che la stanza 146 ti sia stata assegnata per un calcolo indecifrabile di cause
indipendenti e convergenti?
-Sì.
-Stai viaggiando avanti e
indietro tra gli universi per un motivo.
-Quale?
-Hai bisogno di un aiuto, hai
bisogno che qualcuno ti aiuti ad evitare che stanotte a Rue de Citeaux si
consumi un omicidio.
-Eh?
-Hai bisogno che qualcuno ti
aiuti ad interpretare ciò che accade.
-Cioè?
Heidegger non riesce a stare
fermo, gli scappa da pisciare, ma dice comunque:
-Hai bisogno di fare un salto
al Circolo.
-…
-Ce l’hai già la tessera?
-No, ma che tessera?
-Anatra dai che mi sto
pisciando sotto, portiamolo al Circolo.
Il bambino che non voleva
crescere, cioè il coniglio, che poi è un’anatra, che in teoria era il mio
animale guida, chiude le tende e si avvicina all’interruttore.
Martin Heidegger mi guarda e
dice:
-Adesso mi trasformerò in un
Coleottero, è una cosa fichissima. Cioè sarebbe da scriverci sopra un racconto,
un uomo che una mattina si sveglia ed è diventato un enorme coleottero. Fico
no?
-Fico, Martin? Ma come parli?
-Cioè, è ‘na roba.
-Sì, guarda. Non c’ha pensato
nessuno. Tze.
-Lo intitolerei “Die
Verwandlung”, dice facendo un gesto
sognante con la mano, tanto per darsi un tono.
Mentre ci prepariamo a partire
provo a fare un salto su Wikipedia ma internet nel 1926 non funziona granchè.
Chiedo al Rosso e al Nero un paio di date. Confermano la mia tesi.
-A bastardo, quel racconto è
uscito già da undici anni.
-Che racconto?
L’anatra accende
l’interruttore. Il bianco si dipana oltre la percettibilità, invade la cornea e
il cristallino, impone al mondo la rivelazione di una rivoluzione.
E’ roba da catarsi. Roba da
catarsi addosso.
Quando torna il buio guardo
fuori dalla finestra ma non si distingue alcun contorno, è come se non ci
fossero angoli, come se fosse tutto un unico lato.
-Dove…dove siamo?
-Siamo arrivati.
Il Circolo Ermeneutico,
Agosto 2011.
Friedrich Schleiermacher ha
l’aria di uno che sa quello che vuole, ha capelli grigi lasciati in disordine e
ha anche un nome difficile da scrivere.
Wilhelm Dilthey si guarda
intorno annoiato, alle orecchie porta delle cuffiette attaccate a un Ipod che
deve provenire da qualche buco spaziotemporale non meglio identificato.
Hans Georg Gadamer gioca a
freccette, forse ubriaco, e sembra anche piuttosto bravo.
Troneggiano tutti e tre fuori
dalla mia finestra, in questo circolo del comprendere che è il pensiero,
infinito e intangibile, disteso a perdita d’occhio intorno alla stanza 146.
-Il Circolo è una dimensione
particolare, dove gli spazi e i tempi si sovrappongono, dice l’anatra.
Mi preoccupo di riporre Martin
Heidegger, ormai Coleottero, in frigo.
-Un momento, un momento. Hai
parlato di un omicidio a Rue de Citeaux, prima.
-E’ così. Avverrà stasera.
-E cosa c’entra il Circolo
Ermeneutico con questa storia?
-C’è bisogno che tu impari ad
interpretare quello che succede. Devi dare nomi alle cose.
-Io non ci sto capendo niente,
papera.
-Bisogna che affini il tuo
esercizio del comprendere.
-Ma come? E’ tutto sempre più
confuso.
-Devi ascoltarti. Capire, ma
non formulando teorie pregiudizievoli su questo o quell’altro. Basta con questa
fissa del pontificare. Devi afferrare le situazioni insinuandoti al loro
interno. Devi viverle, sporcarti le mani.
-Ma…
Bussano alla porta.
-Chi è adesso?
Vado ad aprire. Entra un tizio
vestito di stracci con un aureola in testa, quasi calvo.
-E tu chi cazzo saresti?, gli
domando.
Mi sorride.
-Illa nobis dicuntur per se
nota, quorum cognitio nobis naturaliter inest, sicut patet de primis
principiis.
Lo guardo meglio e capisco chi
ho davanti.
-A san Tommà, nun ce provà. Lo
sapemo tutti che sei de Latina.
Si guarda intorno imbarazzato.
-Vabbè stavo a fa ‘n po’ de
scena. Senti, me serve ‘na mano.
-Da me?
-Non hai capito questi nun me
fanno la tessera.
-Ma ce l’hai diciott’anni?
-Sì, ma dicono che io de
ermeneutica nun ce capisco niente, nun me vonno fa entrà.
-A san Tommà che te devo dì. Io
manco c’ho la tessera.
-Ah manco te? Certo a sto
Circolo so’ proprio stronzi.
Mi giro verso l’anatra per
sapere che cosa devo fare.
Il coniglio alza le orecchie
come un uomo avrebbe alzato le spalle. Ritorno a parlare col Santo.
-Magari è perché c’hai
l’aureola.
-Ma no, dice che ce sta pure er
guardaroba, non è quello. E’ che…
All’improvviso abbassa la voce.
-E’ che sto co’ ‘n amico mio,
Renato, che in pratica qualche anno fa’ l’hanno cacciato. Mo io volevo entrà al
Circolo ma a lui non lo posso lascià fori.
-E’ chiaro, se è un amico.
-Solo che siccome sto co’ lui
allora me fanno problemi, me dicono che nun me posso tesserà.
-Ma ‘sto Renato, no…
-Eh…
-Ma chi è?
-Aspè te lo chiamo.
San Tommaso d’Aquino si
affaccia fuori dalla stanza.
-RENATOOO!, chiama.
Dopo poco arriva un tipo basso
con dei baffetti inguardabili, al grido di:
-NO ALLA TESSERA! NO ALLA
TESSERA!
Spalanco gli occhi e chiedo a
San Tommaso:
-Lui sarebbe Renato?
-Eh.
Sulla soglia della camera c’è
René Descartes.
-Piacere, dice tendendomi la
mano e starnutendomi addosso.
Lo guardo sconvolto.
-Eh no, scusa è che sono stato
in Svezia mi sono raffreddato, non mi sento tanto bene.
-No, non…
-A Stoccolma da Cristina, che
roba. Mi fa un occhiolino.
-Sei er solito eretico, gli
dice Tommaso de Latina.
A seguire, grasse risate.
-René ma perché sei stato
escluso dal Circolo?
-Eh…una vecchia storia.
-Cioè?
-C’è stata una discussione, sul
Cogito, mi prendevano in giro…
-Ti prendevano in giro?
-Sì, tutto il tempo, dalla
mattina alla sera.
-Ma perché?
-Mi dicevano, “A genio, cogito
ergo sum? E Sum ergo Cogito?”, io provavo a spiegare che le cose non stavano
proprio così, che da gente del loro livello non mi sarei aspettato una critica
tanto banale. In più credevo apprezzassero la circolarità dell’argomento.
-E invece?
-E invece continuavano a
deridermi, perché volevano solo divertirsi. Così un giorno non ce l’ho fatta
più e mi sono alzato, nella confusione, sai una cosa tira l’altra, qualcuno ha
alzato le mani, un lancio di bicchieri, poi è spuntato un coltello…
-Oddio…
-Sì, insomma, nel casino, alla
fine ho tagliato via un orecchio a Van Gogh.
-A Van Gogh?
-Eh.
-C’è pure Van Gogh al Circolo?
-Sì, sta tutto il giorno a
rompe i coglioni.
-E adesso perché vuoi tornare
lì?
-C’è il biliardino, le
freccette. Si beve, ed è il circolo più in
tra n universi possibili.
Tommaso mi fa con aria
implorante:
-Devi aiutarci.
-Ma io cosa c’entro con tutto
questo?
L’anatra resta in silenzio.
Però intravedo un movimento repentino di Rosso, che esce dal poster e inizia a
soffiare.
Descartes mi appoggia le mani
sulle spalle, e mi guarda negli occhi:
-Ascolta. C’è un solo modo per
tornare nel Circolo. Portare lì dentro l’unica cosa che manca.
-E cosa manca, René?
-La fregna.
-La fregna?
-La fregna.
-Ma non ho idea di come…
La presa di Descartes si fa più
stretta. Improvvisamente diventa minaccioso.
-Dobbiamo rubarti qualcosa, mi
dispiace.
In quell’istante, Tommaso
d’Aquino si precipita sul frigorifero, Rosso gli salta addosso ma lui lo scansa
con uno schiaffo. Apre lo sportello.
-In quale scatola è?
Cartesio tira fuori un
coltello, me lo punta alla gola.
-In quale scatola si trova la
lituana?
-Eh?
-C’è una modella lituana nel
tuo frigorifero, la donna di Tony Truante, la inseguiamo da Vilnius.
-Ma cosa…
Il Nero salta vicino al Rosso,
gli da una leccata sul pelo e si gira verso l’anatra:
-Fai qualcosa!
-Non posso fare niente,
risponde il volatile.
Renato Descartes continua a
tenermi il coltello alla gola e intima a San Tommaso di sbrigarsi a trovare la
ragazza.
-Ci sono un sacco di Coleotteri...
-Putain! Sbrigati!
Intanto penso che devo riuscire
a divincolarmi, e premere sull’interruttore, è la nostra unica possibilità.
-Fanculo, grida Tommaso, e
inizia a rovesciare il contenuto delle scatole per terra.
Il coniglio sembra terrorizzato.
-Oh no, questo non dovevi
farlo.
Tre diverse realtà
spaziotemporali si spargono sul pavimento sporco della stanza 146.
-TROVA LA RAGAZZA!, grida
Descartes.
I gatti scattano insieme
addosso a San Tommaso, che cerca in quel grumo dimensionale il calco di quella
che un tempo era una donna bellissima.
Descartes molla la presa, si
china anche lui su quel coacervo di universi sparpagliato per terra.
Mi volto di scatto, tra il
panico e il terrore, con un passo sono accanto all’interruttore.
L’anatra ordina ai gatti di
rientrare nel poster.
-Dobbiamo tornare subito
all’origine, subito, accendi la luce!
-Che ne sarà dei Coleotteri?,
domando.
-Ci saranno effetti sulla
realtà che abbiamo lasciato, visto che non ne rimane che quel grumo incongruo,
ma dobbiamo tornare indietro, prima che l’incidente ci faccia rimanere
bloccati…Accendi la luce, ORA!
Appoggio l’indice
sull’interruttore.
La luce non si accende.
-Non funziona…non funziona
cristo!
Ci riprovo.
-Perché non va?
Il coniglio sospira. Per la
prima volta sembra turbato.
-E’ andata in corto. E’ colpa
dell’incidente. Non c’è più una realtà dove tornare.
-E quindi?
-E’ finita.
-Come è finita?
Prende fiato e mi fissa,
pupille contro pupille.
-Siamo bloccati qui. Per
sempre.
Sproliloquio
Ma cosa significherebbe
rimanere bloccati in questa irrealtà?
Perso nel nulla dimensionale in
cui ho viaggiato alla ricerca di risposte a domande mai poste penso che il
bello di una realtà alternativa è la sua subalternità rispetto alla realtà
dominante, l’esotismo della fuga, l’umano esercizio di allontanarsi dalla riva
fino a rischiare di affogare, o spingersi verso il sole fino a far squagliare
le ali. Questo è il bello, e me lo ripeto come un mantra, da sempre, da quando
ho imparato che la vita è un grande progetto fatto di caselle all’interno delle
quali stanziarsi, vincere, e anche sbagliare, volendo, ma con la dolcezza di
quell’errore che è nel dna di ogni essere umano: la meravigliosa sinonimia tra
perfettibilità e fallibilità.
E posso fallire sempre meglio,
nella mia realtà predominante, come un ottimo scolaro, e pretendere di sapere
tutto di me, impormi che tutto sia stato già affettato dal coltello
dell’analisi del mio conoscere. Posso conservare la capacità di stupirmi,
essere un campione d’umanità nella voglia di sapere il mondo, ma difficilmente
potrei ancora meravigliarmi di me stesso.
Eppure avverto, come
sottotraccia, il peso insostenibile di una domanda. Una domanda che ignoro, che
archivio come rumore di fondo. Il rumore di fondo è il frastuono elettrico che
fa il cervello quando è acceso. Il rumore di fondo è quel fastidio che ci
impedisce di concentrarci e percepire con cristallina chiarezza gli stimoli a
cui vogliamo prestare attenzione. Quando la domanda sulla natura della realtà
alternativa, si trasforma, da rumore di fondo, in motivo fondamentale, allora è
lì che capisco che forse allontanarsi dalla riva tanto da affogare potrebbe
significare scoprire, sotto le profondità di un mare in cui credevamo di
morire, la meraviglia di un mondo diverso. Il pensiero però diventa
angosciante, perché mi forza a una messa in discussione che non posso
accettare, che manda in tilt ogni discorso, ogni idea, ogni certezza.
Perché il problema di vivere in
una scatola è che per quanto possa essere grande è pur sempre una scatola. E ci
vorrebbe un periscopio per riuscire a guardare oltre, e accorgersi che esistono
altri miliardi di scatole.
Georges Claude, l’inventore
della luce al neon, membro onorario del Circolo, entra nella stanza 146, e dice
che forse può aiutarci.
Inizia a trafficare con la
lampada, mentre io mi avvicino a René Descartes e Tommaso d’Aquino e intimo
loro di andarsene immediatamente. Mi rivolgono uno sguardo pieno di follia al
quale rispondo che hanno fatto già abbastanza danni.
Tommaso prende il coniglio e inizia
a minacciarlo, mentre Cartesio urla che ha bisogno della modella lituana.
Raccolgo una baguette dalla mia
scrivania, una baguette che sta lì da quattro giorni. La roteo in aria prima di
lasciarla fendere contro i denti di Descartes in uno spruzzo di sangue
purificatore.
Mai vista una baguette così
dura. Il francese cade a terra urlando dal dolore, e io punto contro Tommaso
d’Aquino.
-Lascia andare il coniglio.
-Veramente è un’anatra.
Stunc. Lo colpisco sulla tempia
destra e quello si accascia come una giacca senza più stampelle.
Claude urla che ce l’ha fatta,
che è riuscito a creare un contatto.
Raccolgo gli universi
sparpagliati per terra, li metto tutti in unica scatola. Accendo la luce.
Torniamo a casa.
Parigi, Agosto 2011.
Nel buio di Rue de Citeaux
chiedo all’anatra se siamo tornati.
-Siamo di nuovo a Parigi.
Mi guardo intorno. C’è qualcosa
di diverso.
-Non è il presente.
-E’ agosto, tu non hai ancora
preso possesso di questa stanza.
-Perché siamo arrivati qui?
-L’incidente è appena avvenuto,
i Coleotteri si sono mescolati. Ora tutto quello che hai visto è diventato
un’unica realtà.
-E l’omicidio? Quando sarà?
Cosa dobbiamo fare?
-Ti ho fatto viaggiare nello
spaziotempo per impedire che alcuni eventi si verificassero. Ma credo che non
abbia funzionato. Ci siamo limitati a confermare la storia.
-Chi morirà?
-La ragazza della 148.
-Cosa possiamo fare per
impedirlo?
-Dipende tutto da te.
-Perché?
-La ucciderai tu.
Il Rosso guarda il Nero,
-Chiama l’orchestra, dice. E’
arrivato il gran finale.
Gran Finale
Entra l'orchestra. (aprire il link in un'altra scheda e continuare a leggere)
All’improvviso una musica si
leva alta perdendosi negli angoli della stanza, risuonando in un’acustica
innaturale, come all’interno di una cattedrale. Tamburi prepotenti impongono
agli archi la puntualità della matematica.
Il coniglio si avvicina:
-Forse puoi ancora farcela,
devi soltanto riuscire a sfuggire alla storia che è stata già scritta, devi
sottrarti al finale che tutti si aspettano, ci vuole un colpo di scena,
capisci?
La porta della stanza si
spalanca. E’ la ragazza della 148.
-Ciao…dice, timida.
L’anatra continua:
-Tony Truante era venuto a Rue
de Citeaux con la scusa del concerto, per aiutare la sua ragazza, Puzna.
L’aveva conosciuta qui a Parigi, poco tempo fa. Se n’era innamorato subito. Ci
si può innamorare di una debolezza, di una fragilità, di un carattere, di un
paio di belle tette, di una ruga, ci si può innamorare di un atteggiamento,
un’espressione, uno sguardo, una bocca, perfino di una clavicola, lui si era
innamorato della sua intelligenza.
-DELLA SUA INTELLIGENZA?
-Sì. Ma lei aveva una tristezza lontana, nel volto. Non era sempre stata così.
-Cioè?
-La ragazza che hai davanti è
Puzna, la modella lituana.
Lei si avvicina.
-Io abito qui accanto, sono
appena arrivata. Volevo dirti che vado con alcuni amici al concerto di un
cantante italiano…
-Un tempo era diversa, faceva
una vita diversa. Qualcosa era cambiato, era successo tutto insieme, lei non
sapeva perché. All’improvviso si era ritrovata senza le sue cose, senza il suo
volto. Era successo oggi, capisci?
Adesso. L’incidente nel Circolo ha avuto le sue ripercussioni sulla realtà
originaria. Tony voleva tornare indietro nel tempo per cambiare il passato, per
evitare che ciò che è successo succedesse. Cartesio e Tommaso erano già sulle
sue tracce, così è iniziata la fuga. L’incidente ha mischiato gli universi. La
sua valigia è andata persa, per questo indossa sempre una tuta. E quell’accenno
di baffi…
-Sono i baffi di Heidegger?
-Proprio così, le scatole si
sono mischiate.
-Ma perché dovrei ucciderla?
-Perché…
Puzna mi arriva di fronte. E’
più alta di me.
-Si chiama Tony Truante. Non
vedo l’ora di conoscerlo, lui vive e suona qui a Parigi…
-Ehm, è successa una cosa un
po’ complicata…
All’improvviso lei si intravede
nel riflesso dello specchio.
-ODDIO. OMMIODDIO, COSA MI E’
SUCCESSO?
Il coniglio spiega
-E’ stato un incidente.
Lei si gira verso di lui:
-Che cosa significa?
-E’ troppo complesso.
-E’ colpa vostra se sono
diventata così?
-No, cioè sì, cioè…
-E…la mia valigia, io ero
venuta qui per chiederti se avevi visto la mia valigia, magari nel corridoio…
-Ehm…
-L’avete persa voi?
Silenzio assenso.
Puzna mi mette una mano alla
gola. Inizia a stringere.
-No…lascia…
Negli occhi ha una rabbia
lituana. Continua a strangolarmi. E’ dannatamente forte. Devo riuscire a
distrarla.
-Guarda…dimmi…dimmi cosa
vedi…un’anatra o un coniglio…
Lei non ascolta, vuole solo
ammazzarmi.
-Aspetta…poi puoi
anche…uccidermi…ma dimmi cosa vedi…
Si gira verso l’anatra.
-Vedo un coniglio.
-Perché…l’anatra-coniglio…è sia
un coniglio che un’anatra…è come l’acqua tiepida nelle docce dello
studentato…un attimo gelata…un attimo bollente… coniglioanatraconiglio …
anatraconiglioanatra…
Mentre mi soffoca penso che
potevo scegliere un modo di morire diverso.
-…coniglioanatraconiglio…
Per un attimo si interrompe,
rapita, lascia la presa e mi pone la domanda delle domande.
-Ma questo che significa?
-Che ci sono delle docce di
merda.
Colgo il fottutissimo attimo,
mi divincolo affondandole una ginocchiata nella pancia, quella si china a
libretto senza respiro, mi giro verso la scrivania, sollevo la baguette e
gliela punto sotto al collo.
-Non fare stronzate, Puzna. E
voi ragatti spegnete questa cazzo di musica.
Premo l’interruttore, torno al
presente.
Parigi, 16 Dicembre 2011.
Mi guardo intorno confuso.
Accanto a me ci sono Tony Truante e la sua ragazza, brutta come da quando la
conosco. Sul tavolo c’è l’ultimo Coleottero, ma di questi insetti ne ho le
palle piene, e lo butto direttamente nel secchio, tanto non ho ancora capito
questa storia delle realtà parallele.
-Non ha funzionato, Tony. Puzna
è rimasta uguale. Abbiamo confermato la storia, anzi l’abbiamo scritta noi.
Lei si volta verso di me.
-Dove ti ho già visto?
-Ci siamo incrociati in
corridoio, un sacco di volte.
-No, ma ti ho visto da un’altra
parte, ora che ci penso. Tu…un giorno, ad agosto, tu…
-Ascolta Puzna. E’ colpa nostra
se sei diventata così.
-Tu mi hai ridotto in questo
stato…mi ricordo, credevo di aver sognato tutto, credevo che fosse un mio
delirio, e invece tu…
Tony le stringe le mani.
-Io ti amo comunque, Puzna.
Anzi, io ti amo così.
Lei se ne frega. Un tempo
faceva le sfilate, era un’altra vita.
Il Rosso fa notare che per una
modella era comunque poco dignitoso vivere nella residenza di Rue de Citeaux.
-Per tutta la vita ho sognato
di diventare una modella. Non sai cosa mi hai sottratto. Tu cosa vorresti
essere da grande?, mi domanda, perentoria.
-Io? Boh, forse vorrei essere
uno di quei riquadri a destra che stanno su Repubblica.it
-Eh?
-Sì, non mi dispiacerebbe
essere cliccato.
-Comunque, io volevo essere
quello che ero. E per colpa vostra guardate cosa sono diventata.
Tony bofonchia:
-Volevo solo aiutarti. Tu mi
piaci per quello che sei. E poi prima eri sempre ubriaca.
-Fanculo, Tony.
Resto un attimo assorto. Indìco
un bando per le ciance e dico all’anatra:
-Coniglio, scusa. Ora che ci
penso: sei tu che mi hai portato al Circolo Ermeneutico. Se non fossimo andati
lì la missione di Tony sarebbe riuscita, le scatole non si sarebbero mischiate.
Perchè ci siamo andati?
Il coniglio mi fissa con aria
di sufficienza.
-E’ stato divertente?
-Bè…sì.
-Per questo ti ci ho portato.
Puzna scatta in piedi, nervosa.
-E’ colpa tua, papera?
-Sono un’anatra, non una papera.
La afferra per il collo (è
fissata con gli strangolamenti).
-Puzna, lasciala andare, non si
può cambiare la storia.
La musica della festa arriva
sempre più forte dalla sala ricreativa.
L’ex modella lituana stringe il
collo dell’anatra, che adesso è un coniglio.
-Lo stai ammazzando, ora basta.
Anche Tony le dice di
smetterla. Lei non si ferma.
-Puzna, ascolta, è inutile, non
si poteva fare nient’altro.
Mi alzo in piedi.
-Ascolta, è meglio che lo
lasci, davvero.
-Sì, eh?
L’anatra inizia a dare segni di
agonia.
-Puzna, cristo, smettila.
-Vediamo chi è che la smetterà
prima.
-Puzna!, la scuoto per le
spalle, rompendo il suo equilibrio. Scivola su uno straccio che tengo sotto al
lavandino perché i tubi perdono. Cade a terra. Sbatte la testa.
All’improvviso c’è un silenzio
surreale. E’ il rumore che fanno gli eventi, quando d’un tratto accadono.
Tutto il resto è sangue.
L’anatra si avvicina, tossendo.
Accanto lei c’è il coniglio. Sono finalmente due, e parlano voci distinte:
-Ora dovrai fuggire, ti sei
piegato alla banalità della storia, dice il coniglio.
-Ma…
-Tu propendi per la soluzione
fisica, vero?
-Io…
Interviene l’anatra:
-Sta a te scegliere. Puoi
limitarti a mettere un punto a questa narrazione o abbracciare un’alternativa.
Ho le mani sporche di sangue,
la voce mi trema.
-Ditemi solo cosa devo fare.
-Noi non siamo un bambino che
non ha intenzione di crescere, né un’ illusione ottica, noi non siamo il tuo
animale guida. Metti a fuoco.
-Io…
-Noi non esistiamo.
-Cosa devo…
-Puoi scomparire da questo
luogo, con le mani sporche di sangue, e provare a rifarti una vita, dice il
coniglio.
-Oppure puoi scegliere l’altra
soluzione, aggiunge l’anatra.
-Quale?
-La soluzione metafisica.
***
Apro gli occhi di scatto.
Sono confuso, dove mi trovo? E soprattutto quando? Mi guardo intorno e
riconosco la stanza 146. Mi è crollata la testa sul tavolo. Sento una puzza
incredibile. E’ il cadavere di un kebab, appoggiato a cinque centimetri dal mio
naso. Mi volto verso il poster dei gatti. Sono immobili. Vado alla porta, giro
la chiave, mi affaccio nel corridoio. Sembra tutto in ordine. Poi la vedo. La
ragazza della 148, in vestaglia, mi passa accanto. Sorride.
-On y va à la fête?
-Damme ‘n attimo, rispondo.
Rientro nella camera. Mi
avvicino al kebab, lo studio. Dev’essere colpa sua. Deve esserci una qualche
tossina dentro. E’ tutto in ordine. E’ tutto normale.
Si trattava di un sogno, una
narrazione senza alcun senso.
Ecco, sento il vociare dei
filippini, la musica della festa. Che musica strana. La riconosco subito perché
è inconfondibile. E’ la colonna sonora di Inception. Del trailer di Inception.
Ma chi se la sente, a Rue de Citeaux? Spalanco le orecchie, la staffa grida al
martelletto di tenersi pronto. Eppure il suono non sembra venire da fuori. Non
sembra venire da un’altra stanza. Mi blocco.
La musica proviene dal
frigorifero.
Lo apro. Sul primo ripiano
c’è una scatola. La prendo, sbircio cosa contiene.
Dentro ci sono io, seduto
alla scrivania di quella stessa stanza, di fronte al computer. Parlo da solo,
mi lamento perché non ho IMovie HD e non riesco a far muovere i titoli del
video che sto montando (è il trailer di un racconto che non si sa quando scriverò).
Sono confuso, faccio per
rimettere il Coleottero in frigo ma mi cade, rovesciandosi per terra.
Sbuffo, alzo le spalle e me
ne vado. Pulirò un’altra volta.
Questa storia mi ha
letteralmente rotto le scatole.